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PSICHE E CORPO IN TILT: CAPIRE IL PANICO

<<Stavo andando al mercato e improvvisamente ho sentito mancarmi la terra sotto i piedi…>>
<<E’ stata una sensazione terribile, ho sentito come la testa svuotarsi, mi è mancato il respiro, ho pensato che stessi per morire…>>
<< Mentre ero ferma al semaforo, al ritorno da lavoro, di colpo ho sentito come un nodo alla gola, sentivo il respiro affannoso e come una sensazione di calore che mi prendeva tutto il corpo…>>
<<Ho avvertito come se ci fosse stato un interruttore nel mio cervello ed io di colpo non ero più io, mi sentivo come fuori dal mio corpo ad osservarmi…>>

Questi frammenti sono i racconti che spesso riferisce chi soffre di Attacchi di Panico. L’elemento che accumuna tali narrazioni è il riferire di un normale scorrere della giornata che di colpo, in modo brusco ed intenso, viene interrotto e sconvolto senza che la persona senta di poter esercitare alcun controllo su se stessa e sulla situazione che sta vivendo.
Nel bel mezzo di una cena con amici, o fermi al semaforo, improvvisamente la persona avverte un “qualcosa” che cambia repentinamente il suo senso di benessere, viene travolta nel giro di pochi minuti, e la paura di perdere totalmente il controllo, fino ad addirittura pensare di morire, sono sensazioni molto frequenti e che causano ovviamente grande sofferenza e disagio.

panico_attacco(Photo: salute.pourfemme.it)

Per provare a comprendere da dove deriva il termine Panico ci viene in aiuto la mitologia greca.
Il termine “panico” deriva dal nome del dio greco Pan che aveva le sembianze di un mezzo uomo e di un mezzo caprone e la cui vista suscitava nell’animo del’uomo un repentino e inspiegabile terrore. Si racconta infatti che il dio Pan, durante la battaglia di Maratona, fosse apparso al fianco degli Ateniesi costringendo i Persiani ad una fuga fulminea in preda allo spavento. Poteva apparire in modo improvviso suscitando in chi lo vedeva una paura irrazionale ed estrema.

Nell’esperienza di chi soffre di Attacchi di Panico gli elementi dell’irrazionalità, dell’intensità e dell’imprevisto sono comuni e caratteristici. L’individuo in un tempo brevissimo si sente improvvisamente travolto da uno stato di terrore, spesso legato all’urgenza di fuggire di fronte ad eventi che sente come catastrofici e incombenti: nell’arco di dieci minuti, infatti, le sensazioni e/o i comportamenti spiacevoli raggiungono il picco di intensità. Tra i sintomi si possono riscontrare tremore, palpitazioni, sudorazione eccessiva, dolore al petto o disturbi addominali, sensazione di svenimento e/o di testa leggera, stordimento, formicolii e vertigini, sensazione di essere fuori dal proprio corpo o dalla realtà, paura di impazzire e di morire.
Spesso la sintomatologia è di tipo organico, per cui è frequente collegarla ad un disturbo che può essere associato alle prime fasi di un infarto, ed è quindi importante che uno specialista si occupi di fare una corretta valutazione della situazione.

attacchi_panico(Photo: psicologi-italia.it)

In relazione al modo in cui si manifesta e alle possibili cause che possono scatenarli, possiamo distinguere gli attacchi di panico come inaspettati (compaiono quindi “a ciel sereno” senza che l’individuo possa prevederli), causati da una situazione specifica (l’individuo è in grado di indicare con chiarezza quale situazione e/o stimolo dell’ambiente suscita in lui tale reazione, come – per esempio – lo stare in ambienti chiusi e affollati, piuttosto che la vista di animali e/o cose che urtano il suo stato) o sensibili a certe ipotetiche situazioni (lo scatenarsi dell’ansia da panico può anche non essere associata ad una situazione stimolo).

L’ulteriore difficoltà di chi soffre di disturbi di panico è data dalla grande energia che si trova ad dover investire per cercare di “anticipare e gestire” il possibile svilupparsi di un attacco: spesso infatti l’individuo è impegnato nella evitare tutte quelle situazioni che sente come potenziali pericoli o a cogliere istantaneamente i primi segnali per “mettersi al sicuro”, vivendo la cosiddetta “ansia anticipatoria“.
Accanto ad una valutazione medica della sintomatologia, una cura di tipo psicologico è un intervento terapeutico importante ed efficace.

<<Chi non lo prova non può capire>>
E’ la tipica frase che dice chi soffre di panico e questa indicibilità sembra essere il cuore dell’esperienza dell’attacco di panico, la sua essenza. Un percorso di cura psicologica che provi a rendere dicibile l’indicidibile, che porti alla narrazione di ciò che è chiuso in un isolamento rigido e senza parole, può essere allora una strada da percorrere per prendersi cura di sé e del proprio benessere.

Dott.ssa Francesca Menozzi

COSA NE PENSA DI ME IL MIO TERAPEUTA?

Per tutta la vita cerchiamo di stabilire la giusta distanza con gli altri, di “accontentarli” ed essere noi contenti, godere della loro presenza e gestire bene il nostro essere autonomi. Viviamo tutta la nostra vita confrontandoci con gli altri, cercando la loro approvazione, temendo il loro giudizio.
I nostri pensieri, il più delle volte, attraversano una sorta di filtro prima di venire espressi, si fa ricorso alla diplomazia e alla gentilezza per poter dire anche le cose che possono far male. Impariamo sin da bambini che esiste un modo “giusto” ed un modo “sbagliato” di comportarci, che nelle relazioni spesso – anche con fatica – cerchiamo di essere esenti da errori “sociali”.
Questo modo di fare e di essere, ovviamente, può lasciare le sue impronte anche nella relazione terapeutica, nelle fasi iniziali e non solo.

“Le racconto cosa mi è successo..che vergogna…chissà cosa penserà di me adesso..”
“Lei penserà che sono cattiva, ma non potevo evitare di dire tutto questo..”
“Non oso chiederle cosa pensa di me dopo che le ho raccontato questo fatto…”
La paura del giudizio altrui si traspone, allora, in maniera massiccia nell’incontro con il terapeuta. I pazienti a volte si spaventano nel raccontare ciò che hanno provato, fatto, vissuto. Temono che il loro terapeuta possa “pensar male” di loro.

giudizio_altrui(Photo: i-formazione.com)

Ricordiamoci che, nella relazione terapeutica, anche il professionista entra in gioco come persona, come essere umano. Le emozioni che prova durante la seduta, suscitate dall’incontro con il paziente, sono strumenti di lavoro, e vengono lette sulla base forti teorie in cui esso è competente, che guidano e orientano la conoscenza reciproca e la lettura di ciò che sta accadendo. Entrambi sono, quindi, coinvolti nella relazione terapeutica.
L’autenticità e la trasparenza della relazione stessa, infatti, sono essenziali per prendersi cura dell’Altro.
“Lo so che penserà che sono uno stupido..”
“Il fatto è, dottoressa, che dopo questo fatto lei smetterà di volermi bene..”
Ciò che però risulta nuovo in questo incontro, è la creazione di esperienze, percorsi e possibilità che appaiono come novità nella vita del paziente: egli, infatti, sperimenterà la visione di punti di vista mai considerati, consapevolezze che gli daranno l’opportunità di aprirsi verso configurazioni e immagini di sé e delle propria identità sempre nuove.

Ma come succede tutto questo?
Ciò che pensiamo di noi, il modo in cui ci autorappresentiamo, “il nostro sé”, si è formato attraverso l’intreccio di relazioni vissute durante l’arco della nostra vita. Relazioni connotate da rispetto e fiducia danno la possibilità di approcciarci all’Altro con un senso di sicurezza di base, mentre chi è stato ferito, abbandonato, rifiutato non sentirà di poter vivere delle relazioni nutrienti.
Dalle nostre relazioni passate, quindi, si forma il senso di stima/disistima che abbiamo verso noi stessi, ed anche il modo con cui ci muoviamo nell’incontro con l’Altro.
Il terapeuta è qualcuno che non va via, che mantiene il legame, che accoglie, ascolta, comprende, dà fiducia e costruisce con l’Altro una relazione significativa, in cui ci si sente sostenuti e liberi di muoversi. Se ci è chiaro che lo psicoterapeuta è “colui che non se ne va”, non avremo bisogno di essere sempre buoni e belli, ma sentiremo di poterci arrabbiare, annoiare, allontanarci ed avvicinarci, e lui sarà sempre lì con noi, pronto a lavorare su tutto ciò che avviene.

sostegno_psicologico(Photo: stateofmind.it)

La cura si dispiega allora come l’affidarsi a questa relazione, permette di ottenere una sorta di “risarcimento”, una compensazione di ciò che non si è mai avuto o ciò che è stato sottratto, che ha creato sofferenza e disagio.
Il lavoro che fanno insieme paziente e terapeuta è quello di cercare e condividere uno spazio ed un tempo che sia ottimale per entrambi, finché il paziente deciderà – insieme al terapeuta – di avventurarsi da solo per il mondo, fronteggiando gli eventi della vita in modo sano e funzionale, senza paura di essere giudicati, senza nascondersi, senza vergogna, con l’orgoglio di essere come si è!

Dott.ssa Federica La Pietra