#SPEGNIPREGIUDIZI : LA LEGGE NON E’ TOLLERANTE CON I RAZZISTI

“Siamo tolleranti e civili, noi italiani, nei confronti di tutti i diversi. Neri, rossi, gialli. Specie quando si trovano lontano, a distanza telescopica da noi” (Indro Montanelli)

Italia: popolo di santi, poeti e razzisti? Sembrerebbe di sì, almeno a giudicare dai dati raccolti da Vox, l’osservatorio italiano sui diritti, in collaborazione con le Università di Roma, Bari e Milano. Analizzando oltre due milioni di messaggi pubblicati su Twitter da gennaio ad agosto del 2014, la squadra di Vox ha stilato una mappa dell’intolleranza, stabilendo che “terrone”, “negro” e “zingaro” sono gli insulti “preferiti” dagli italiani che twittano. Ciò che molti di questi utenti probabilmente ignora, è che tale deplorevole forma espressiva configura in realtà un reato, pertanto punibile a norma di legge.

La nostra Costituzione, invero, condanna ogni forma di razzismo, per come enunciato all’art. 3, secondo il quale: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Non è solo la legge fondamentale a propugnare l’uguaglianza formale e sostanziale tra tutti gli uomini: sono molteplici le leggi ordinarie, nazionali e comunitarie, a tutela del principio sancito dall’art. 3.
Ai sensi della legge n. 654 del 1975, ad esempio, è punito con la reclusione fino a un anno e sei mesi o con una multa fino a seimila euro, chiunque diffonda in qualsiasi modo idee che istigano all’odio razziale o etnico, ovvero a commettere atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Rischia, invece, fino a quattro anni chiunque commetta o istighi a commettere atti di violenza o di provocazione alla violenza per gli stessi motivi.

antirazzismo(Photo: huffingtonpost.it)

Il legislatore si è premurato di definire le modalità in cui si può estrinsecare un comportamento razzista, sanzionato dalla legge.
Commette un atto di discriminazione:
– il pubblico ufficiale che, nell’esercizio delle sue funzioni, compia o ometta atti che risultano discriminatori, solo in ragione della condizione di straniero o di appartenente ad un determinata razza, religione, etnia o nazionalità della persona in danno della quale avviene l’atto o l’omissione;
– chiunque imponga condizioni più svantaggiose o si rifiuti di fornire beni o servizi offerti al pubblico ad uno straniero, soltanto a causa della sua condizione di straniero o di appartenente ad un determinata razza, religione, etnia o nazionalità (prezzi differenziati al bar);
– chiunque illegittimamente imponga condizioni più svantaggiose o si rifiuti di fornire l’accesso al lavoro, all’abitazione, all’istruzione, alla formazione e ai servizi sociali e socio-assistenziali allo straniero regolarmente soggiornante in Italia, soltanto in ragione della sua condizione di straniero o di appartenente ad un determinata razza, religione, etnia o nazionalità (locazione di immobili);
– il datore di lavoro o i suoi preposti i quali compiano qualsiasi atto o comportamento che produca un effetto pregiudizievole, discriminando anche indirettamente i lavoratori in ragione della loro appartenenza ad una razza, ad un gruppo etnico o linguistico, ad una confessione religiosa, ad una cittadinanza.

Chi è stato vittima di un atto discriminatorio da parte di un privato o di un ufficio pubblico può ricorrere all’autorità giudiziaria ordinaria per domandare la cessazione del comportamento pregiudizievole e la rimozione degli effetti della discriminazione.
Il giudice, accertata la sussistenza dell’atto discriminatorio, ordina che si ponga fine al comportamento che lo ha originato e che ne vengano rimossi gli effetti. Potrà inoltre condannare il colpevole a risarcire i danni, anche non patrimoniali, eventualmente subiti dal soggetto leso.
Sussiste, altresì, la possibilità di presentare una denuncia/querela al Tribunale Penale del luogo in cui si è verificato l’evento di reato.
Anche in questo caso il giudice, dopo aver accertato la responsabilità di chi ha commesso il fatto, può disporre il risarcimento dei danni materiali e morali a favore della vittima che si sia costituita parte civile nel processo.
Il colpevole, inoltre, potrà essere obbligato a prestare attività non retribuita a favore della collettività per finalità di pubblica utilità e potrà essergli vietato di partecipare ad attività di propaganda elettorale per le elezioni politiche o amministrative.

Avv. Federica D’Alessandro