E’ POSSIBILE SUBIRE MOBBING ALL’INTERNO DELLA FAMIGLIA?

Il mobbing, secondo la definizione che ne hanno dato gli psicologi Leymann e Gustavson, si qualifica come una persistente e continua svalutazione psicologica della vittima designata, mediante la messa in atto di comportamenti prepotenti, coercitivi e vessatori, finalizzati a rendere fragile e manipolabile la sua intera persona. Tale condotta, stigmatizzata inizialmente nell’ambito del diritto del lavoro, è stata negli ultimi anni oggetto di interesse anche nel diritto di famiglia, dal momento che si è registrata una recrudescenza di episodi riconducibili al mobbing nelle fasi che precedono la separazione dal coniuge o le lotte per l’affidamento della prole.
In questo particolare ambito, il mobbing si caratterizza per il reiterarsi sistematico di attacchi e accuse nei confronti del partner, al fine di umiliarlo e indebolirlo nell’autostima.

Perché possa configurarsi giuridicamente, si dovranno verificare costanti tentativi di sminuire il ruolo della vittima nell’ambito familiare, attraverso provocazioni e prevaricazioni, spesso ingiustificate, pressioni volte a convincere il coniuge ad abbandonare il tetto coniugale o a conferire la gestione economica al cosiddetto mobber.
Altri atteggiamenti sintomatici si rinvengono nelle imposizioni, nel rifiuto al dialogo e nel disinteresse continuativo nei confronti del partner, in tutte le sfere della vita quotidiana, compresa quella sessuale.

separazione_sessuale(Photo: wdonna.it)

Il soggetto sottoposto a mobbing riporta usualmente danni alla sfera psicofisica, che possono sfociare in sindrome ansioso-depressiva o in un disturbo post-traumatico da stress, con tutto il corollario di sintomatologia, quali angoscia, percezione della propria incapacità, diminuzione dell’autostima, spesso connessi a malattie psicosomatiche.
Va rilevato che in molti casi il perpetratore di tali violenze psicologiche può essere perseguito penalmente, a querela di parte, giacché molte delle condotte appena descritte sono anche singolarmente idonee a integrare fattispecie di reato, che poi costituiranno una sanzione unitaria.

Tuttavia, nell’ambito del diritto di famiglia, il fenomeno del mobbing assume caratteri complessi e frammentati, in quanto manca uno studio unitario e completo sul fenomeno.
In tal senso pionieristica è stata una sentenza della Corte d’Appello di Torino del febbraio 2000, nella quale la Corte ha ascritto la colpa della separazione coniugale al marito, il quale attuava nei confronti della moglie comportamenti “irriguardosi e di non riconoscimento”. Nella motivazione della sentenza, leggiamo che il marito era uso “alla esternazione reiterata di giudizi offensivi, ingiustamente denigratori e svalutanti nell’ambito del nucleo parentale ed amicale”, nonché ad “insistenti pressioni – fenomeno ormai internazionalmente noto come mobbing – con cui invitava reiteratamente la moglie ad andarsene”; la Corte ha ritenuto che tali condotte violino “il principio di uguaglianza morale e giuridica dei coniugi posto in generale dall’art. 3 Cost. che trova nell’art. 29 Cost. la sua conferma e specificazione”; conclude nel senso che al marito “deve essere ascritta la responsabilità esclusiva della separazione, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri (diversi da quelli di ordine patrimoniale) che derivano dal matrimonio, in particolare modo al dovere di correttezza e di fedeltà”.

separazione_conflittuale(Photo: ilprofessionistarisponde.tgcom24.it)

Quello dell’addebitabilità della separazione, tuttavia, non può essere considerato l’unico risvolto giuridicamente rilevante del mobbing familiare.
La notevole carica lesiva di tali aggressioni, infatti, comporta anche la configurabilità del risarcimento del danno da fatto illecito, ex art. 2043 del codice civile, strada peraltro percorsa in due pronunce rispettivamente del Tribunale di Milano nel ’99 e di Firenze nel 2000.
Tralasciando il merito delle due controversie, che non rilevano nella disciplina di cui ci stiamo occupando, è interessante notare come, in entrambe le occasioni citate, il giudice di prima istanza abbia ritenuto sussistenti gli estremi per il riconoscimento della responsabilità aquiliana nell’ambito dei rapporti coniugali, vista l’assunta compatibilità della regola generale di cui all’art. 2043 c.c. con quelle che informano il diritto di famiglia, che attribuiscono al coniuge una posizione giuridica di diritto soggettivo meritevole di protezione. Più di recente è tornato sull’argomento il Tribunale di Napoli (27 settembre 2007), affermando che “la continua denigrazione di un coniuge da parte dell’altro, integrando il c.d. “mobbing”, può comportare l’addebito della separazione al coniuge responsabile di tali abusi” .

Tuttavia, con sentenza n. 13983 del 19 giugno 2014, la Corte di Cassazione fa un passo indietro in tema di mobbing familiare.
Nell’identificare le violazioni che possono dar luogo all’addebito della separazione, la Corte puntualizza che la nozione di mobbing in materia familiare può essere utile “solo in campo sociologico”, mentre “in ambito giuridico assume un rilievo meramente descrittivo, in quanto non scalfisce il principio che l’addebito della separazione richiede pur sempre la rigorosa prova sia del compimento da parte del coniuge di specifici atti consapevolmente contrari ai doveri del matrimonio, sia del nesso di causalità tra gli stessi atti e il determinarsi dell’intollerabilità della convivenza o del grave pregiudizio per i figli”.
A escludere la configurabilità del mobbing in ambito familiare, per la Suprema Corte, sarebbe la naturale uguaglianza tra i coniugi.

Rimane, tuttavia, da domandarsi se il vessillo di tale uguaglianza, caposaldo della riforma del diritto di famiglia del ’75, sia oggi, nei fatti, una realtà empiricamente data, o se non si possa trasformare al contrario in un paravento che diminuisca la tutela del coniuge più debole.

Avv. Federica D’Alessandro