TROPPO GRASSA. TROPPO MAGRA. TROPPO.

Comunemente è difficile anche solo immaginare che esiste una dipendenza patologica che abbia a che fare con uno dei piaceri più soddisfacenti della nostra vita, nonché un bisogno vitale di sopravvivenza: il cibo.
Tuttavia, i disturbi del comportamento alimentare (DCA) sono un fenomeno in aumento nei paesi a sviluppo economico florido e nelle società occidentali contemporanee, si assiste a diverse manifestazioni di tali disturbi, in cui l’eccessiva magrezza o le condotte compensatorie (come il vomito autoindotto o l’utilizzo di lassativi) per prevenire l’aumento del peso – spesso dopo ricorrenti abbuffate – sono i segni meglio identificabili. Tuttavia, appare sempre più chiaro che nella società moderna, esista un altro fenomeno rilevante che ancora non ha ricevuto eguali attenzioni: l’obesità. Oggi il sovrappeso, l’obesità stessa, perlopiù considerati in associazione a gravi problemi di salute, hanno anche assunto significati simbolici: ad essi, infatti, si attribuisce tutto ciò che è visto come “sconveniente”.

Tra questi disturbi troviamo le più conosciute Anoressia Nervosa e Bulimia Nervosa, ma anche i cosiddetti Disturbi Alimentari Non Altrimenti Specificati (NAS). Quest’ultima categoria è stata creata per classificare quei disturbi della condotta alimentare, che non soddisfano pienamente i criteri per l’anoressia o la bulimia, e descrive condizioni diverse tra cui anche il cosiddetto “Disturbo da Alimentazione Incontrollata” o Binge Eating Disorder, caratterizzato appunto da abbuffate, cioè dall’ingestione di una gran quantità di cibo (spesso ipercalorico), anche senza stimolo della fame, in tempi notevolmente ridotti e non si accompagna a condotte compensatorie (diete, digiuno) nè eliminatorie (vomito, uso di lassativi e/o diuretici).

disturbicomportamentoalimentare(Photo: curvypride.it)

Tutte le patologie alimentari indicate sono accomunate da un elemento specifico: in tutte, infatti, vi è un collegamento con l’immagine corporea; un’immagine corporea insoddisfacente, un corpo che mette a disagio, un corpo con il quale si instaura una relazione conflittuale che abbraccia la dimensione cognitiva, quella affettiva e quella comportamentale. L’insoddisfazione che deriva dal proprio aspetto, il sentire la propria identità legata alla forma e al peso corporeo, la tendenza a mangiare per soffocare le emozioni negative (esperienza comune è “mangiare per noia”), sono tutti fattori precipitanti verso livelli estremamente bassi di stima di sé e ciò ha, indubbiamente, delle ripercussioni in ambito sociale: il sentirsi competenti nel mondo dipende non solo dall’approvazione da parte degli Altri significativi, ma anche dall’autovalutazione che ognuno fa di sé, per cui un rifiuto sociale, attuale o anticipato, reale o immaginario, è presente, in modo preoccupante, in molte persone.

Succede, quindi, che coloro i quali soffrono di DCA tendono ad evitare le attività sociali che richiedono un contatto con gli altri – come ad esempio il mangiare in pubblico, comprare dei vestiti nuovi o, persino, usufruire dei bagni pubblici – oppure si ritrovano costretti a mentire o escogitare strategie per poter perpetuare il proprio comportamento (come digiunare, abbuffarsi o vomitare).
Diviene chiaro, dunque, che non ci alimentiamo esclusivamente per mantenerci vivi, ma c’è qualcosa in più: il cibo è portatore di significati profondi e di implicazioni soggettive e sociali.

Dott.ssa Federica La Pietra