AMARE DA MORIRE O MORIRE D’AMORE?

La dipendenza, come abbiamo già visto, è un disturbo caratterizzato dall’uso improprio e spesso incontrollabile di una sostanza, di un oggetto o di un comportamento, che da abitudine diventano quella condizione che abbiamo  definito “piacere tossico”.
Si definiscono diversi tipi di dipendenza in base all’oggetto o al comportamento coinvolto: si può, infatti, dipendere dal cibo, dalle droghe, dal gioco, da internet, dalla televisione, dal sesso..e si può persino dipendere da un’altra persona.

Amare da morire…
A volte ci si chiede perchè si rimane all’interno di relazioni insoddisfacenti, spesso violente o segnate da tradimenti e sofferenze di ogni genere. La risposta sta nell’instaurarsi di una codipendenza, ovvero una condizione psicologica in cui la persona all’interno della relazione è controllata o manipolata da un’altra, questo si traduce nell’attribuzione di una minore importanza ai propri bisogni e alle proprie necessità, mentre si è eccessivamente preoccupati per i bisogni degli altri.

Le relazioni di questo tipo sono caratterizzate da continue richieste di assoluta devozione verso il partner, in cui l’amato è costretto a rinunciare a qualunque desiderio o interesse personale in nome di un amore che non lascia spazio per nient’altro. L’amore dipendente è ossessivo, soffocante e parassitario, terrorizzato da ogni cambiamento e, quindi, stagnante.

dipendenzaaffettiva(Photo: plusgoogle.com)

…ma perchè morire d’amore?
Come mai si arriva ad esser disposti a sacrificarsi per l’altro? Cosa può spingere una persona ad annullarsi fino a questo punto? Nella dipendenza affettiva sussistono due elementi peculiari della vita emotiva: innanzitutto, un estremo bisogno di sicurezza, per cui non si è disposti a perdere ciò che si ha, anche se non si è felici e appagati; l’altro elemento riguarda, invece, la tendenza a non riconoscere i bisogni dell’altro, inducendolo allo stesso comportamento, dal quale consegue l’attitudine a sacrificarsi.
Chi vive questo tipo di dipendenza, allora, attribuisce all’altro un’importanza tale da annullare se stesso, non ascoltando più i propri bisogni e le proprie necessità, con il solo scopo di evitare di affrontare la paura più grande: la rottura della relazione.

Insieme alla devozione verso l’altro e all’assenza totale di confini con il partner, la paura di perdere la persona amata è data dal terrore di essere abbandonati.
La dipendenza affettiva è una condizione complessa in cui aspetti emotivi, relazionali e sociali si intrecciano creando un quadro di isolamento dal mondo, in cui la relazione simbiotica e fusionale con il partner attira tutta l’attenzione e la preoccupazione: la mancanza di interesse e cura per sé e per la propria vita, causata da bassa autostima, la vera e propria negazione di se stessi, si accompagnano all’evidente incapacità di tollerare la solitudine.
Si innestano, così, dei meccanismi relazionali in cui il senso di colpa e la rabbia fanno da sfondo ad ogni movimento, emozione e pensiero, divenendo – ad esempio- morbosamente gelosi e possessivi, o rimanendo in un costate stato di allarme e panico dinnanzi alla minima contrarietà dell’altro.

Controllo e accondiscendenza sono, dunque, le due facce della stessa medaglia, che consentono ai due partner di mantenere inalterati i ruoli consolidati all’interno di una relazione connotata da tale “piacere tossico”.
Si rintraccia in questo meccanismo relazionale lo stesso concetto della dialettica servo-padrone hegeliana, dove uno non può esistere senza l’altro.

Meglio un amore sano!
Già Hegel aveva intuito che, dopo aver toccato il punto più basso raggiunto con la mortificazione di sé, l’uomo può prendere consapevolezza della propria forza per raggiungere l’Assoluto. Amarsi, aver cura di se stessi e essere dignitosamente orgogliosi di ciò che si è, è il solo modo per trasformare la dipendenza in indipendenza, in modo da potersi concedere l’appagante possibilità di amare e farsi amare in modo sano.

Dott.ssa Federica La Pietra