#NOLIVIDISOLOCOLORE – FERMARE LA VIOLENZA SULLE DONNE: LA LEGGE NON BASTA

La violenza di genere è una questione trasversale tanto sotto il profilo geografico, quanto per il substrato socio-culturale in cui prolifera. A renderla maggiormente insidiosa è la sua genesi, statisticamente molto legata all’ambito familiare, e che rappresenta altresì la principale ragione del suo cronicizzarsi e rimanere sommersa. Le Nazioni Unite si occuparono della violenza contro le donne già nel 1993, definendola come “Ogni atto legato alla differenza di sesso che provochi o possa provocare un danno fisico, sessuale o psicologico o una sofferenza della donna, compresa la minaccia di tali atti, la coercizione o arbitraria coercizione della libertà sia nella vita pubblica che in quella privata”.

Quanto alla violenza, essa è stata definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come “l’uso intenzionale della forza fisica o del potere, o la minaccia di tale uso (… ) che produca o sia molto probabile che possa produrre lesioni fisiche, morte, danni psicologici, danni allo sviluppo, privazioni”.
La legislazione italiana ha invero focalizzato la propria attenzione sul fenomeno della violenza di genere solo in tempi recenti. Fino al ’96, per quanto possa sembrare incredibile, la violenza sessuale non era nemmeno considerata un reato contro la persona, bensì contro la moralità pubblica e il buon costume, con tutto il portato di minore stigmatizzazione sociale che le si conferiva.

stalking_violenza(Photo: romacentroservizi.it)

In tempi più recenti, il Legislatore nazionale, sulla scorta della inarrestabile ondata di femminicidi che hanno insanguinato il Paese, ha inserito nel nostro ordinamento il reato di “stalking” (art. 612bis cod. pen.), che si verifica al reiterarsi di minacce o molestie tali da infliggere nella vittima un grave disagio psichico, da determinarne un giustificato timore per la sicurezza personale o da pregiudicarne il modo di vivere. Le diverse condotte mediante le quali può configurarsi il reato di atti persecutori, costituiscono a un tempo un vantaggio e un limite dello stesso: da un lato includono nel novero dei comportamenti puniti anche fenomeni che non sono ancora massimamente afflittivi, dall’altro però comportano delle difficoltà sul piano probatorio. D’altra parte il Legislatore ha introdotto la possibilità che il Giudice disponga la custodia cautelare in carcere durante le indagini, evenienza che, tuttavia, non si è verificata in un buon numero di casi in cui la persona offesa, nonostante avesse già sporto denuncia per stalking, è rimasta ugualmente vittima di violenze se non, addirittura, di omicidio.

Se è vero che qualcosa nell’impianto normativo andrebbe ancora ripensata, è altrettanto vero che una tutela efficiente non dovrebbe limitarsi a “mettere in sicurezza” le donne potenziali vittime, ma ad educare gli uomini alla gestione del rifiuto e dell’abbandono.

Cose che una legge, per quanto ben scritta, non potrà mai ottenere.

Avv. Federica D’Alessandro