SE L’ALTRO STA MALE, IO COSA POSSO FARE?

Un amico, una moglie, un marito, un figlio, un collega di lavoro..cosa posso fare se l’altro non sta più bene?
L’esperienza clinica insegna che spesso sono le persone più vicine a chi sta male che notano per primi una qualche sofferenza o difficoltà e si attivano per cercare aiuto. Soffrono a loro volta ed ogni loro gesto rischia di amplificare ancora di più il momento critico che si sta attraversando.
Padri che si chiedono come fare per aiutare i figli, mariti per le mogli, amiche che non sanno come supportare chi sta attraversando un momento difficile.
Procediamo con ordine: il primo passo è la richiesta d’aiuto ad uno psicologo. “Non sei più come prima” , “non ti riconosco più” , “forse è arrivato il momento che tu prenda dei farmaci sono le frasi che spesso i pazienti riportano come motivo della presa di consapevolezza che qualcosa non va. La persona, quindi, ha riconosciuto di essere in difficoltà, si è rivolta ad un professionista e, probabilmente, sarà già pronta ad accettare di cambiare qualcosa di sé.
Quando questo accade, però, cosa succede attorno?

capirelaltro(Photo: blog.pianetadonna.it)

Solitamente una prima fase si riassume in un “finalmente qualcuno ti aiuterà”: si attiva una sorta di “delega” al terapeuta di rimettere “le cose al loro posto”, ci si sente sollevati e deresponsabilizzati da un carico pesante e doloroso. Tuttavia, i cambiamenti che la persona fa durante una psicoterapia causano modifiche anche a livello familiare e relazionale in genere e, con l’andare del tempo, può capitare che le persone che circondano il paziente possano sentirsi “estromesse” dalla sua vita. Il paziente parlerà spesso del terapeuta, di ciò che gli viene detto, di cose di sé che ha scoperto o intende scoprire.
In questo momento, quindi, nelle relazioni entra un terzo, invisibile, del quale si sente parlare e che non si conosce. Sono i momenti in cui può attivarsi una sorta di “gelosia” nei confronti del professionista, soprattutto se di sesso opposto al paziente, percepito dagli altri come detentore di segreti, manipolatore, dispensatore di consigli e soluzioni. La frase “e questo chi te l’ha detto..il tuo terapeuta?” è un modo, sicuramente poco utile e delicato, di dimostrare al proprio caro di essersi accorti che sono state introdotte delle novità nella relazione e che queste necessitano di un assestamento.
Da parte del paziente, questo atteggiamento può generare rabbia, sensi di colpa e sensazioni di non essere capito o ascoltato. È difficile raccontare cosa avviene in una seduta, specialmente a chi solitamente è “oggetto” delle narrazioni. Immaginate cosa può significare per un figlio scoprire che non vuole andare a scuola per far “dispetto” alla sua mamma, proprio colei che se n’è sempre presa cura con amore.

Scoprire che ogni sintomo è un modo di comunicare qualcosa a qualcuno.

esserci(Photo: blog.libero.it)

Tuttavia, non sempre i cambiamenti che avvengono in terapia provocano tali disagi: altre volte i familiari e le persone più vicine si dimostrano con il paziente affettuosi e comprensivi, con cautela e delicatezza ascoltano senza giudicare e rispettano i silenzi, gentilmente chiedono cosa possono fare per aiutare. Prendono sul serio i racconti e cercano di capire le motivazioni della sofferenza.
A volte basta solo esserci, essere presenti e accompagnare l’altro in questo percorso. In una parola, essere empatici.
La sofferenza psicologica, come tutte le altre malattie, non dipende dalla volontà della persona..spesso è più utile e rassicurante che gli altri siano comprensivi e pazienti piuttosto che cercare di combattere la malattia banalizzandola.
Nessuno chiede ad un diabetico di non esserlo, né ad un cardiopatico di non soffrire di aritmie..nessuno dovrebbe, quindi, dire a chi sta male di “tirarsi su”.

Dott.ssa Federica La Pietra