3 (S)PUNTI PER CHIEDERTI “SO COMUNICARE?”

Comunicare è la “semplice impresa eccezionale” che compiamo ogni giorno. Da quando apriamo gli occhi al mattino a quando li richiudiamo la sera noi comunichiamo, con chi ci sta vicino, con chi incrociamo al semaforo mentre assonnati andiamo al lavoro, con i colleghi con cui trascorriamo la giornata in ufficio, con la cassiera del supermercato, e ancora così.

Non si può non comunicare, volenti o nolenti, con consapevolezza o meno, costantemente noi trasmettiamo e riceviamo segnali e messaggi che parlano di noi, di chi siamo, di cosa ci piace e cosa no, della nostra storia e di ciò che sogniamo. E nello stesso tempo riceviamo ciò che l’Altro ci dice, ciò che è, che sogna, che vuole e che non vuole.

Bimbi che comunicano

La comunicazione è uno strumento fondamentale nella nostra vita che ci mette in connessione, che ci salva dall’isolamento, inserendoci in un gioco di incontro/scontro continuo.

E’ un momento di equilibrio supremo tra la nostra individualità e il nostro essere parte del mondo.

Proprio perché questo equilibrio si realizzi e sia fonte di benessere allora proviamo a riflettere su 3 semplici punti che possono rendere questa azione, quotidiana e perpetua, più efficace e piacevole, un’esperienza di benessere e crescita!

1) la persona è veicolo di comunicazione e di relazione continuamente.

Non è solo la parola, detta o scritta, o il contenuto del messaggio che fa comunicazione, al massimo quello è uno spostamento di informazione da un soggetto all’altro (semplificando). Comunicazione è il come viene detto ciò che si dice, il quando e il dove, in che contesto e in quale personale momento della propria vita.

La nostra attenzione generalmente ricade subito sul canale verbale, fatto semplicemente dalle parole. Contemporaneamente però si attiva il canale del non verbale fatto dallo sguardo, dall’espressione del volto, dalla gestualità, dai movimenti del corpo e dalla postura che assumiamo mentre diciamo le cose. Infine, badiamo al tono della voce, al ritmo, alle pause di silenzio, persino alla respirazione che accompagna le parole (questo si chiama canale para-verbale).  Se quindi la comunicazione verbale denota un aspetto della realtà e la descrive, i canali non verbale e para-verbale definiscono il colorito, regalando alla comunicazione la parte emozionale!

Proviamo a ricordarci quindi, quando lanciamo dei messaggi, quanto il modo di esprimerli e il corpo siano fondamentali. Se l’Altro ci parla e non troviamo coerenza tra la frase che dice con le parole e l’emozione che esprime con il volto, piuttosto che con il movimento delle sue braccia, probabilmente entreremo in confusione, non saremo certi di aver compreso ciò che vuole esprimere e il dialogo diventerà difficile e poco chiaro. E’ quasi certo che alla fine ci ritroveremo ad interrogarci su cosa ci siamo detti e se ci siamo capiti davvero.

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(Photo: AgenziaVenezia.it)

2) La strada dell’interpretazione e del “dare per scontato” non è da percorrere per una comunicazione efficace e positiva!

Quante volte ci saremo sentiti non compresi e addirittura giudicati dalla persona di turno che pretendeva di aver capito quello che volevamo dire? E se noi avessimo fatto lo stesso?

Errore frequente nei nostri dialoghi con il mondo che ci circonda è quello di farci prendere dalla smania di interpretare ciò che l’altro dice, pensa, fa, senza chiedere mai se ciò corrisponde al vero o meno. Siamo tutti bravi a dire “sei arrabbiato”, “mi hai detto questo perché..”, “ho capito che non vuoi fare ciò che ti propongo..” senza renderci conto quanto, con una frase del genere, abbiamo tagliato ogni possibilità di dialogo. Da quel momento inizieremo una battaglia di ping pong in cui a turno, colpo su colpo, dovremo cercare di dimostrare la propria verità.

Un rimedio semplice ed efficace allora è quello di partire dal proprio sentire, provare a tradurlo in immaginazione o ipotesi e chiederne quindi conferma all’altro. Giocando con gli esempi di prima quindi potremmo dire:  “Ho visto che ti sei scurito in volto, immagino ti sia arrabbiato, è così?” o ancora “quando ti ho fatto quella proposta mi sei sembrata annoiata, è così?”.

Esercitiamoci allora a non dare per scontato nulla nel nostro dialogare con l’Altro, a dare ascolto alle nostre percezioni ma anche a chiederne conferma all’Altro per sapere se corrispondono al vero o meno.

parlare-allorecchio4(Photo: RiccardoPolesel.com)

3) Non procedere con generalizzazioni ma assumersi la responsabilità del proprio linguaggio e dei propri comportamenti!

Generalizzare o “scaricare” sull’Altro il peso di quanto diciamo è certamente il modo per ergere dei muri comunicativi, condire il dialogo di atteggiamento giudicante e tendente alla chiusura. Riflettiamo su questo esempio: “mamma mia quanto parli velocemente” (con tono infastidito per altro) è un frase che esprime una valutazione, che arriva secca e perentoria, che con difficoltà lascia spazio ad una risposta. L’Altro si irrigidirà, statene certi.

Se invece impariamo a dire “mi sto innervosendo perché sento che parli troppo velocemente”  ci stiamo ponendo come uno dei due termini del dialogo, stiamo esprimendo il nostro vissuto emotivo all’Altro e stiamo lasciando a lui la possibilità di dire se è vero  e l’eventuale motivo. Stiamo continuando ad alimentare un dialogo!

Queste sono solo alcune delle semplici, ma efficaci, considerazioni su cui sarebbe importante provare a riflettere quando stiamo comunicando, perché il dialogo con l’Altro, chiunque sia e in qualsiasi occasione della nostra vita quotidiana, sia occasione di incontro vero, possibilità autentica per scoprire la propria e l’altrui unicità!

Dott.ssa Francesca Menozzi