DIFFAMAZIONE E SOCIAL: COSA SI RISCHIA?

È risaputo: nelle discussioni su Facebook o via Twitter capita di farsi prendere un po’ la mano e iniziare delle liti con altri interlocutori. Niente di male, se i toni rimangono improntati al rispetto reciproco, ma bisogna stare attenti se, dal semplice scambio di opinioni, eventualmente anche acceso o polemico, dovesse passarsi all’insulto. Il confine tra espressione del proprio pensiero e diffamazione perseguibile dalla legge, infatti, è più sottile di quanto non si pensi, e su internet può diventare addirittura più insidioso.

È di qualche mese fa la notizia che la Procura di Parma ha chiesto il rinvio a giudizio per un utente di Facebook accusato di concorso in diffamazione aggravata.

Thumbs up, like button on white background.

(Photo: apurimac.it)

L’uomo, tramite un semplice “like”, aveva espresso approvazione per un commento che conteneva un insulto rivolto da una utente a un’altra: entrambe le donne appartenevano a un movimento politico e si erano imbarcate in una violenta disputa online. Dalla lite, tuttavia, è poi scaturita una querela volta a perseguire l’autrice del commento offensivo, ma la procura di Parma ha esteso l’ipotesi del reato di diffamazione anche a chi, con un semplice “like”, si era dimostrato d’accordo.

L’uomo, adesso, rischia una condanna da sei mesi a tre anni di detenzione o a una multa di 516 euro per il suo apprezzamento alle frasi lesive della reputazione e dell’onorabilità dell’utente.

Ancora più recente il caso di un altro utente Facebook che, sulla propria bacheca, ha riportato un insulto nei confronti di un collega di lavoro, di cui formalmente ha mantenuto l’anonimato, ma che è risultato facilmente riconoscibile per via del fatto riportato nel post: vistosi superato nell’avanzamento di carriera al quale aspirava, l’utente ha apostrofato il collega promosso dandogli del “raccomandato e leccaculo”. Condannato in primo grado e poi assolto in appello, ha riportato una condanna definitiva in Cassazione in quanto: «chiunque, collega o conoscente dell’imputato, avrebbe potuto individuare la persona offesa».

La Cassazione ha, inoltre, dato particolare risalto alla circostanza che l’imputato avesse impostato la privacy della propria bacheca rendendo il proprio profilo aperto, in modo che chiunque, iscritto al social network, fosse virtualmente raggiungibile da quell’informazione.

Occhio, quindi, a ciò che scrivete e a come lo scrivete: per aggiornare un vecchio motto ai giorni nostri, potremmo dire che “ne uccide più la tastiera che la spada” e, in ogni caso, si passano i guai.

Avv. Federica D’Alessandro